Quadro ambientale
L'eruzione delle Pomici di Avellino e l'impatto sulle popolazioni della prima età del Bronzo della Piana Campana
L'eruzione pliniana delle cd "Pomici di Avellino" devastò un’ampia porzione della Piana Campana occupata, in modo capillare, dalle popolazioni di agricoltori-allevatori del Bronzo antico. Già a partire dal tardo Neolitico il territorio era stato oggetto di una intensa e progressiva opera di disboscamento a vantaggio dell’impianto estensivo di colture per lo più cerealicole.
L’evento esplosivo di Avellino causò, sulle aree investite, gravi e prolungate fenomenologie di crisi ambientali. Buona parte degli aspetti legati all’organizzazione della vita quotidiana dei villaggi fu gravemente danneggiata se non completamente cancellata, come nel caso delle aree direttamente investite da ingenti spessori di piroclastiti. I materiali vulcanici (pomici, ceneri e correnti piroclastiche) e gli eventi post deposizionali (lahar, inondazioni, veri e propri coni alluvionali, frane, ecc) hanno portato localmente a profonde modifiche ambientali.
All’eruzione[1] è stato sempre attribuito un drastico effetto di cesura sulle dinamiche di popolamento del territorio, soprattutto in base alle caratteristiche intrinseche di una società la cui economia era dipendente, in modo quasi esclusivo, dalle risorse locali. Non meno di 230 anni[2], sono stati stimati per la rioccupazione delle aree distali, mentre per le aree più prossime, ove sia stata mai possibile la ripresa, si è arrivati a stimare oltre 1000 anni.
Sebbene siano stati colpiti prevalentemente i territorio a Nord e Nord-Est della Piana Campana, fino a raggiungere il Beneventano, l’Irpinia e fino alla Capitanata, flussi piroclastici hanno raggiunto anche le aree poste a nord-ovest del vulcano. In queste aree, scomparve del tutto la rete di campi coltivati (Saccoccio and Vanzetti, 2013) così come la stessa rete viaria di interconnessione. Pozzi, sorgenti, fiumi e canali, ovvero il reticolo idrografico subsuperficiale fu profondamente modificato. I saggi stratigrafici condotti nel settore posto a nordovest del Somma–Vesuvio sono a tal proposito particolarmente significativi (Di Vito et al., 2009). Ad esempio, ad Afragola, i tephra ricoprendo l’intera superficie abitata, determinarono l’abbandono del territorio fino alla tarda età del bronzo (Nava et al., 2007).
La situazione è diversa a Gricignano dove al di sopra del surge dell'eruzione sono stati individuati aree di necropoli e altri campi arati.
A Nola (Albore Livadie and Vecchio 2003a, 2003b, Albore Livadie et al., 2005, AA.VV., cds), l'area del villaggio di Croce del Papa fu inizialmente investita da uno spessore di oltre 1.50 m di prodotti di fallout (pomici bianche e sopratutto pomici grigie). Entro poche ore, e a più riprese, diverse i lobi di correnti piroclastiche ad elevata temperatura (surge e flow) e di successivi fiumi di lahar raggiunsero il sito (Fig. 1). Lo stesso processo dovette verificarsi nei vicini siti di pianura come Saviano[3].
Tra le fenomenologie indotte dall’evento pliniano vanno annoverate anche onde di tsunami che hanno provocato danni almeno nel Golfo di Napoli. E’ bene ricordare che nell’area del porto partenopeo, gli scavi hanno riconosciuto la presenza di tsunamiti sabbiose, mentre alla stazione Duomo della metro cittadina, l'eruzione oblitera una spessa sequenza di sedimenti di ambiente paralico con scarsa presenza di frammenti ceramici. Nelle fasi successive all’eruzione, si assiste ad una ripresa a carattere occasionale dell’area, indiziata dalla presenza di buche di palo pertinenti a recinzioni/staccionate (Amato et al., 2009, 28).
L'asse di dispersione della nube piroclastica, caratterizzata da una forma ellittica allungata in direzione ENE rispetto all'edificio del Somma-Vesuvio, ha raggiunto anche il territorio dauno ove gli effetti sono stati decisamente più modesti e discontinui[4]. Le pomici grigie, usate come degrassante nell’impasto della ceramica di fase protoappenninica (fase A) di Coppa Nevigata, furono verosimilmente raccolte lungo le principali aste fluviali, ove ripetute fasi alluvionali individuarono piccole placche di accumuli vulcanoclastici in alveo quali effetti indiretti a distanze superiori ai 150 km dal centro di emissione (in ultimo, Levi and Cioni, 1998).
Tali fenomenologie di crisi idrogeologica indotta appaiono particolarmente marcate anche per il reticolo idrografico del Calore Beneventano. Il fondovalle del torrente Jenga, drenante il fianco orientale del Massiccio del Taburno Camposauro, verrà praticamente ingolfato da colate vulcanoclastiche di grave impatto sul sito di Santa Maria la Peccerella.
Non manca di sorprendere dunque, il dato ormai acquisito della rapida ripresa della vita, a pochi decenni dalla catastrofe, proprio nei settori più prossimali e quindi maggiormente colpiti. La ricolonizzazione è ben documentata a Nola (via Cimitile) (Albore Livadie et al., 2001, Fig. 6, 125) e a San Paolo Belsito, ove sul livello scarsamente umificato formatosi dopo l'evento eruttivo, è stata individuata una capanna (Albore Livadie et al., 2007) (Fig. 2).
Fuori dalle aree di impatto diretto, anche in aree molto prossime al centro eruttivo quali gli stessi fianchi occidentali e meridionali del vulcanostrato, e a maggior ragione nella gran parte della Piana del Sarno e l’area di Salerno si riscontra una certa stabilità insediativa. E’ questo il caso di Pompei[5], ma anche di Oplontis (Torre Annunziata) (Di Maio 2014, in John R. Clarke and Nayla K. Muntasser) (Fig.3), di Boscoreale e di Boscotrecase (Stefani et al., 2001), dove i campi continuano ad essere coltivati dopo l'eruzione. Pure, ad Est di Benevento, nel fondovalle Calore a Ponte Valentino, campi arati sono sigillati dall’arrivo di circa 10 cm di pomici, ma la ripresa delle pratiche agricole è pressoché immediata[6].
Ancora più a sud, a Battipaglia (loc. Castelluccia), si attesta una continuità di vita, in particolare dal Bronzo antico al Bronzo avanzato, che non sembra risentire in alcun modo degli effetti dell'eruzione. Allo stesso modo, anche per l'abitato di Vivara, e quindi per le isole del golfo napoletano, la grande eruzione risulterebbe ininfluente.
Determinare le conseguenze dell’impatto dell’eruzione delle Pomici di Avellino sia sulle tradizioni culturali che sulla vita quotidiana delle popolazioni della Piana Campana, come mi è stato richiesto dagli organizzatori dell'incontro, risulta particolarmente arduo visto che disponiamo solo di dati provenienti dalla cultura materiale (principalmente la ceramica) e dal rituale funerario. A tale fine ritornano utili soffermarsi su alcuni aspetti relativi al modus vivendi, quali la stessa produzione cerealicola e l'allevamento, alfine di valutare i possibili cambiamenti all'indomani dell'eruzione.
Si presenta di seguito un sintetico riepilogo dei dati acquisiti per i due siti nolani di Croce del Papa e Piazza d'Armi, mettendoli a confronto con quanto ci è dato cogliere per gli insediamenti occupati dopo l’eruzione di Pompei - in particolare Sant' Abbondio, Capua-Strepparo e Cento Moggie (sepolture), Ariano Irpino-La Starza, Vivara-Punta Capitello e Punta di Mezzogiorno dove la ceramica, pur mostrando connessioni con quella di facies Palma Campania, sembra allo stato attuale della documentazione e malgrado l'assenza di affidabili datazioni radiometriche, posteriore seppur di poco, all'eruzione (Cazzella, 1999).
Il villaggio di Croce del Papa è stato esplorato solo parzialmente negli anni 2001-2002 dalla scrivente per conto dell’allora Soprintendenza Archeologica di Napoli e Caserta. Sono state indagate tre capanne e una minima parte dell’abside di una quarta struttura ubicata ad una settantina di metri di distanza dalla capanna 4; l'area compresa tra le strutture abitate (un'aia, vari spazi recintati per animali domestici) ha restituito, grazie all’unicità del suo stato di conservazione, chiare informazioni sullo svolgimento delle attività quotidiane.
L’eccezionalità del ritrovamento è dovuta alle circostanze determinate dalla dinamica dell’eruzione: alcune ore dopo l’inizio dell’ eruzione, quando il sito era già ricoperto da più di un metro di pomici e sottili ash fall, fu investito da correnti piroclastiche che, sono penetrate all’interno delle capanne e dopo averle colmate le hanno completamente inglobate, effettuando un vero e proprio calco delle strutture in legno e incannucciata palustre. La fase fluida ha portato al perfetto riempimento delle suppellettili e delle strutture interne quali forni e silos. Un lento processo di fossilizzazione ha garantito la perfetta conservazione delle impronte dei reperti vegetali riproducendo dettagliatamente, con la scomparsa della sostanza organica; tutti i particolari della specie, in virtù della grana particolarmente fine del sedimento. Ciò ha permesso una straordinaria conoscenza del quadro archeobotanico, oltre che mostrare la stessa tipologia e metodologia costruttiva delle capanne e dell'organizzazione degli spazi all’interno del villaggio. L’insediamento è stato infine completamente sigillato dalla messa in posto di più lobi vulcanoclastico/alluvionali.
L’indagine paleobotanica (Costantini et al., 2007, Delle Donne, 2011, idem in stampa) ha preso in esame da una parte lo studio dei resti carpologici carbonizzati in quanto evidenze dirette facilmente recuperabili durante le operazioni di scavo, dall' altra le evidenze indirette, ovvero le impronte vegetali impresse nel fango cineritico[7] (Fig. 4).
All’interno della capanna 4 è stata rinvenuta una notevole quantità di pezzi di carne, mentre la struttura 3 ha restituito un ingente quantitativo di spighe, molte delle quali recuperate nell'ambiente principale con focolare. Le spighe provenivano da un grosso contenitore ceramico rovesciato dall’arrivo del flusso piroclastico all’interno della capanna; nello stesso ambiente era presente anche un grande silo, purtroppo non indagato (Fig. 5).
Lo studio ha interessato una consistente campionatura di impronte di cereali e di frutta (62); molti campioni di terreno (330 litri) sono stati sottoposti, per l’estrazione dei resti carpologici, ad una setacciatura in acqua. L’indagine ha portato al recupero di 13509 reperti, di cui una grande parte è stata identificata: 13383 resti carbonizzati di cereali (99,1%) tra cui cariossidi e resti di spighette; 32 resti di frutti (0,2%); 46 resti di specie infestanti (0,3%); 24 semi interi di infestanti non determinati (0,2%); 23 frammenti di infestanti non determinati (0,2%). I resti di frutti recuperati vedono un’alta percentuale di resti di Corylus avellana (nocciole), oltre a resti di Vitis sp. (uva), Prunus cf. spinosa (prugnolo), Quercus sp. (ghiande di quercia), Olea (oliva) ed Amigdalus (mandorla).
Tra i cereali rinvenuti vi è una prevalenza del genere Triticum (6194 resti, pari a 46,3%), seguito dall’Hordeum/orzo (3527 resti pari al 26,4%), da 1092 resti (8,2%) attribuibili a Triticum/Hordeum, oltre a 19 resti di Panicum/miglio (0,2%) e 12 resti di Avena (0,2%) (in ultimo Delle Donne, 2017, cds).
Di grande utilità anche lo studio condotto (Pizzano 2011, eadem 2017, cds,) sui resti carnei di pasto riferibili principalmente ad ovicaprini (Ovis aries L. e Capra hircus L.), a suini (Sus scrofa L.) e, in percentuale minore, a bovini (Bos taurus L.). Scarsi sono i resti ossei relativi al cane (Canis familiaris L.) e quelli riferibili agli uccelli; era cacciato il cervo (Cervus elaphus L.) e verosimilmente anche il cinghiale (Sus scrofa ferus). In un’area recintata coperta da una tettoia e con vari contenitori in fibra vegetale inseriti nel terreno, era una sorta di “gabbia”, ovvero un contenitore al cui interno si trovavano, al momento dell'eruzione, 13 pecore di età sub-adulta (Ovis aries Linnaeus con presenza di individui cornuti e acorni), quasi tutte gravide (Struttura 8, US 44 e US 18). La maggior parte ha 1 anno/1 anno e mezzo di età, mentre altre mostrano caratteri di un’età più matura.
I resti faunistici restituiscono numerose informazioni relative alle abitudini di conservazione dei cibi: intere porzioni scheletriche di bovino e di suino, interamente disarticolate erano stoccate nella zona absidata delle capanne usata come dispensa; spesso erano appese tramite una cordicella in un foro passante a pali o a travi interne alla capanna, lasciando supporre pratiche di essiccazione e/o affumicamento finalizzate alla conservazione delle carni.
A poche centinaia di metri dal sito di Nola-Croce del Papa, in pieno centro urbano, un nuovo insediamento è stato individuato nel 2008. Nonostante l'elevato delle strutture abitative non si sia conservato a causa dell'assenza di flussi piroclastici in questo settore, l'insediamento di Piazza d’Armi (dell’ex campo sportivo comunale) restituisce un quadro ambientale confrontabile con quello di Croce del Papa. La quota del piano di frequentazione, intercettata a soli 3,50 m dal p. d. c., a differenza del contiguo insediamento di Croce del Papa, posto a 6,20 m circa dal p. d. c., induce ad identificare in situ la presenza di una piccola altura che peraltro ha posto il sito fuori dalla portata delle correnti piroclastiche (Albore Livadie and Castaldo, 2009).
La spessa coltre in pomici grigie mantella una paleosuperficie particolarmente ricca in frammenti ceramici, resti ossei e frustuli di carbone. Il ripetuto passaggio di mezzi da traino o carri ha lasciato tracce[8] di due larghi incavi paralleli.
Al di sotto di questo livello è stato messo in luce un piano di frequentazione più antico, con due momenti d’uso: un’area artigianale dismessa alla quale si sovrappone una struttura, forse ad uso abitativo. Numerose buche di palo di varie dimensioni, allineate o caotiche, si riferiscono a recinti e steccati o ad installazioni per la stabulazione di animali (Fig. 6).
La ceramica del contesto (in corso di studio) mostra il repertorio tipologico consueto della facies di Palma Campania: scodelle con orlo a tesa piatta o a profilo leggermente convesso, tazze/attingitoio carenate con ansa a nastro sopraelevata e fondo arrotondato, olle con decorazione plastica a “bottone” digitato , coperchi di bollitoio, ollette con labbro decorato a tacche. Le decorazioni (teorie di motivi angolari graffiti o incisi, cordoni lisci o digitati) rimandano ai tipi propri del patrimonio ceramico dei siti della zona (Palma Campania, località Balle; Nola, località Croce del Papa; Ottaviano, loc. Alveo Zennillo, ecc.).
Il campione faunistico più rappresentativo preso in esame (Natascia Pizzano)[9] proviene dal piano di frequentazione sotto l'eruzione di Avellino (US12). In totale sono stati censiti 644 resti ossei che rivelano la presenza delle specie domestiche consuete. Preponderante è la presenza del bue, attestato nei vari quadrati di scavo, con intere porzioni disarticolate e/o elementi anatomici recanti tracce di macellazione; gli ovicaprini sia adulti che giovanili sono rappresentati in quasi tutti i livelli indagati, nonché i maiali pure di varie età. E' attestata anche la presenza di un piccolo uccello e di un cervo. Un frammento osseo (fossa US348) potrebbe riferirsi allo scheletro di un cane (Canis familiaris Linnaeus).
Un analisi preliminare dei resti vegetali è stata condotta sul sito (Delle Donne, 2017, cds): essa ha preso in esame un volume totale di 42,5 litri di terreno. Mediante setacciatura e flottazione si sono recuperati 279 resti carbonizzati che documentano la presenza delle principali specie di cereali coltivate durante tutta l’età del Bronzo: farro piccolo (Triticum monococcum), farro (Triticum dicoccum) e orzo (Hordeum sp.) e, sebbene in quantità minore, miglio (Panicum sp.). Come per Nola-Croce del Papa si è restituito uno spaccato della cerealicoltura adottata dagli abitanti del villaggio, attestata da cariossidi frammentate e intere, oltre che da resti di spighe, che indicano come la fase finale della lavorazione dei cereali avvenisse all’interno del sito. La dieta era integrata con la raccolta di frutti selvatici, quali il corniolo (Cornus mas), la mandorla (Amygdalus communis), il frutto amaro del prugnolo (Prunus cf. spinosa) e la ghianda della quercia (Quercus), come attestato dal rinvenimento di una ghianda carbonizzata; si segnala la presenza di un seme di lino, pianta utilizzata a scopi tessili e per la produzione, dai semi, di una farina alimentare o di un olio ad alto valore dietetico. Varie piante infestanti (Avena sp., Cirsium sp., Galium sp., Lolium sp., Rubus sp., Trifolium) completano il record carpologico del sito.
Una lettura critica dei dati relativi all’ultimo periodo della cultura di Palma Campania e soprattutto al momento di passaggio al Protoappenninico, può aiutare a comprendere continuità o trasformazioni nei siti della ripresa post eruzione.
Si è preso in esame il sito della Starza ad Ariano Irpino (rispettivamente a circa 70 km in linea d'aria dal Vesuvio) che documenta la presenza di un gruppo di capanne di varie tipologie ubicate direttamente al di sopra delle pomici di caduta e parzialmente dilavate dell'eruzione. I dati di scavo e quelli paleoambientali rivelano un rapido ripristino della vegetazione dopo l'eruzione, in un paesaggio molto aperto (acero, carpino nero) con prevalenza del leccio (Coubray, 1999). Inoltre, la tipologia del materiale ceramico, mostrando analogie con i reperti rinvenuti al di sotto della coltre di prodotti piroclastici dell'eruzione delle Pomici di Avellino nella Piana Campana, fa dubitare che l'insediamento si sia impiantato dopo varie generazioni, come in un primo tempo si era ipotizzato sulla base di datazioni radiometriche (Albore Livadie et al., 1998)
Una delle capanne più antiche rinvenute, US 205, presenta una struttura tendenzialmente ovale orientata NE-SO al cui interno sono stati individuati resti di una piastra di cottura ovale avente funzione di focolare, in quota con un pavimento preparato con sassi e frammenti ceramici disposti di piatto. Una seconda capanna, US 203, di forma ellittica, con lo stesso orientamento NE-SO, presenta invece un piano pavimentale costituito da un battuto d’argilla; all’interno di un'altra capanna (2C6) furono individuati i resti di una piastra di cottura con funzione di focolare e nella fossa sottostante, lo scheletro di un infante di circa 6 anni (Petrone, 1999). La difesa del villaggio doveva essere assicurata da una struttura muraria, che fiancheggiava il terrazzo Nord, costituita da grandi blocchi calcarei, delimitata inoltre da un fossato (Fig. 7).
Dall'indagine archeofaunistica sui livelli post eruzione (Albarella 1999; Ascierto 2005-2006)[10] si evince che nel villaggio della Starza vigeva un regime di tipo misto con risorse alimentari di origine animale molto diversificate, vista la presenza tra le specie generalmente allevate, del cane, degli ovicaprini, dei suini e dei bovini di tipo brachyceros che, in seguito all’affermarsi della coltivazione intensiva dei cereali e di altri prodotti, assumono grande importanza come animali da lavoro.
Gli ovicaprini, macellati in età adulta, sfruttati per la produzione di carne e, probabilmente, di lana, del latte e dei derivati. L' abbattimento del maiale avveniva in età giovanile, quella del bue in età adulta; sono state rinvenute inoltre, diverse ossa di cane domestico recanti tracce evidenti di macellazione: la sua uccisione, come per il bue, avveniva in età adulta, probabilmente quando non poteva più essere utilizzato per altri scopi. L’attività di caccia, verosimilmente occasionale, è attestata dalla presenza di specie selvatiche (cervo, capriolo e cinghiale).
Sui medesimi livelli è stata effettuata da Matteo Delle Donne un’accurata analisi morfobiometrica dei reperti vegetali e sottoposti ad una setacciatura in acqua; diffusissima è la presenza di semi e di frutti rinvenuti in tutti i luoghi delle attività umane (Delle Donne, 2017, cds).
Dai campioni esaminati sono stati recuperati 146 resti di semi e frutti carbonizzati, il 78% dei quali rinvenuti frammentari, mentre il 22 % integri. Il 27% dei resti rinvenuti appartengono a cereali, il 34% a legumi e il 39% a frutti. L’elevato grado di frammentarietà e la presenza di cariossidi rigonfie e deformate inducono a ritenere che la maggior parte del materiale esaminato fosse stato carbonizzato per esposizione diretta alla fiamma di un fuoco molto intenso, ma di breve durata.
Delle cariossidi di cereali il 5% appartiene a Triticum monococcum (faro piccolo) , il 33% a Triticum dicoccum (faro), il 21% ad Hordeum vulgare (orzo), il 41% a Gram. Indet. La documentazione archeobotanica è arricchita dai resti di legumi costituiti essenzialmente da 49 resti di Vicia faba (fava).
I rinvenimenti della Starza confermano il perdurare della raccolta dei frutti spontanei anche durante il Bronzo medio: 55 ghiande carbonizzate di Quercus sp. rappresentano il 95% dei frutti rinvenuti, cui si associa un 5% di noccioli di Cornus mas. La documentazione relativa al cornus mas[11] è inoltre arricchita da resti di carbone di legna (Coubray, 1999).
Tornando a Nola, in via Cimitile[12] (circa 700 m da Piazza d'Armi) due saggi di scavo (7 e 8) di limitata estensione sono stati aperti nei mesi di ottobre-dicembre 1999. Il saggio n. 7 ha individuato una porzione molto limitata di capanna con recinto, impostata al di sopra del deposito pomiceo dell'eruzione di Avellino con, al tetto, lo strato cineritico della fase freatomagmatica; è stato indagato solo il piano d'uso della parte absidata della struttura, che ha restituito abbondante materiale ceramico e carboni (US9); resti carbonizzati relativi a questo livello di frequentazione (US 28) hanno fornito la datazione[13]: DSH138 3492±23 BP 1888-1700 calBC. Una fossa, aperta nel piano, si inoltrava per qualche decina di cm nelle pomici sottostanti, in essa fu rinvenuta parte della calotta cranica di un individuo adulto (US24-26/11/99) inglobato nelle pomici grigie. L'analisi radiocarbonio ha restituito la datazione: DSA159 3248±67 BP 1688-1404 calBC; il saggio n.8 ha restituito pure numerosi resti ceramici misti a pomici rimaneggiate. Fra la ceramica rinvenuta si segnalano (UUSS. 20 e 21) frammenti di anse a nastro e fondi ombelicati riferibili verosimilmente a tazze e/o ad attingitoi, un frammento di ciotola su piede con orlo a tesa piatta e ansa a nastro impostata dall’orlo alla massima espansione, frammenti attribuibili a scodelloni, vasi con listello interno, frammenti di tazze carenate dalla carena più o meno pronunciata, frammenti di orli a tesa, di labbri arrotondati pertinenti a tazze e labbri intaccati o digitati di ollette.
Il contesto faunistico è stato esaminato da Natascia Pizzano che segnala la presenza di Bos taurus, Ovis/Capra, Sus scrofa, Canis familiaris, mentre lo studio di due campioni di carbone (Saggio 8 US 20 e US 28) sono stati affidati a Gaetano Di Pasquale, il quale attribuisce entrambi al gruppo delle querce decidue (Quercus pubescens, Q. robur, Q. petraea e Q. cerris), sottolineando che, sebbene le analisi antracologiche preliminari mostrino come il taxon in questione non sia documentato a Nola Croce del Papa, la sua presenza è tuttavia fortemente ipotizzata[14].
La porzione di pianta della capanna suggerisce una struttura con estremità absidata tipica della capanne a forma di ferro di cavallo della facies di Palma Campania; anche il recinto trova confronti con quelli di Afragola, di Nola-Piazza d'Armi e Nola-Croce del Papa. La capanna dovrebbe avere una larghezza massima di ca m. 5, simile a quella della capanna 4 di Nola-Croce del Papa (Fig. 8).
L'area di Strepparo e Centro Moggie a Capua ha conosciuto varie fasi di frequentazione a partire dell'età del Bronzo antico fino all'Appenninico medio 3 (Minoia and Raposo, 1996). E' uno dei rari siti, per non dire l'unico fino ad oggi nel Casertano, dove una certa continuità di vita è documentata prima e dopo l'evento eruttivo, anche se con un cambiamento di destinazione da abitato a necropoli. Benché non sia presente il marker dell'eruzione delle Pomici di Avellino, le testimonianze presenti all’interno della struttura abitativa e delle varie fosse vanno inquadrati sulla base della ceramica tipica della facies di Palma Campania (tazze con anse a nastro, una teglia (spiana), sostegni a clessidra, macine e macinelli, resti di cibo, ollette, ecc.), in un momento forse non molto anteriore all'eruzione. A nord di questa capanna è stata individuata un'altra struttura forse con funzione abitativa riferibile, ad una prima analisi, al Bronzo medio iniziale con scodelle emisferiche con cuppelle, linguetta sull'orlo e fondo ombelicato, sostegno a clessidra caratterizzato da profilo rigido, che suggeriscono una somiglianza con il materiale rinvenuto a Vivara-Punta Capitello. Nella vicina area sepolcrale è stato esplorato un numero limitato di sepolture con scheletri distesi sul fianco destro o sinistro, le gambe leggermente flesse; i corpi erano orientati da est ad ovest, con il cranio ad ovest, o orientati a sud-est/nord-ovest, il capo rivolto a sud; la tipologia dei reperti che mostra una stretta somiglianza con alcuni materiali presenti nei corredi di Sant'Abbondio, potrebbe collocarli in un momento molto avanzato del Bronzo antico, prossimo al passaggio al Bronzo medio iniziale ed alla prima fase del Protoappenninico. In particolare l'olletta della t. 2 di Capua trova confronti con l'esemplare inv. 43990 di Sant' Abbondio sebbene con 4 prese forate verticali; una variante con carena e alto collo distinto (inv. 43992) dalla t. 7 di Sant'Abbondio, mentre un'altra olletta con forma tendenzialmente lenticolare è nella t. 11 (inv. 43999); il vaso su piede alto a tromba della t. 5 di Capua si può confrontare con un esemplare di piccola dimensione e con due prese forate dalla t. 8 di Sant' Abbondio (inv. 43982), splendida sepoltura di un maschio adulto sui 30/40 anni (Tafuri et al., 2003) con ricco corredo di pugnali e abbondante ceramica.
Uno studio più approfondito permetterà di valutare l'eventuale contemporaneità tra le sepolture e la probabile struttura abitativa.
Pompei Sant' Abbondio
A Pompei, sulla piccola altura vulcanica di Sant’Abbondio posta a controllo del tratto terminale del Fiume Sarno, è stato individuato tra il 1993 e il 1997 un insediamento riferibile al Bronzo antico ed alla facies di Palma Campania. Sono state individuate numerose buche di palo nel substrato lavico, allineate in senso E/O s , formano una doppia fila. L’assenza di piani pavimentali ha fatto supporre che l'impianto avesse una singola fase e fosse di breve durata (Mastroroberto, 1998). La stessa area è stata adibita a necropoli di fase protoappenninica, sebbene alcune tombe mostrino caratteri più antichi; si tratta di tombe a inumazione a fossa, in alcuni casi con controfossa, spesso evidenziate da cumuli di blocchetti lavici, tufacei e ciottoli di fiume. L’inumato è rannicchiato su di un lato con il corpo orientato in senso nord-sud e il volto ruotato a ovest, verso il tramonto, oppure è posizionato, secondo un orientamento est-ovest. Non mancano le sepolture con individui deposti in posizione supina. Il corredo funerario è relativamente scarso, anche se alcune delle tombe con armi restituiscono un maggior numero di oggetti, tra cui tazze, vasi su alto piede, oggetti personali in bronzo (spillone, lesine), armi di bronzo (lame di pugnali) ma anche di selce (pugnali e frecce). Accanto ad alcuni enchytrismoi per bambini è presente pure un raro caso di una sepoltura di un bambino di 2-3 anni in un sarcofago di tufo (T. 22/93) sembra con un coperchio. Uno strato eruttivo che ricopre l'area funeraria è stato interpretato come l'eruzione di Avellino (Mastroroberto, 1998[15]). Verosimilmente tale tephra potrebbe essere ricondotto a quello riconosciuto durante gli scavi svedesi nella Regio I.
La necropoli di Sant’Abbondio, insieme al gruppo di tombe di Capua Strepparo e Cento Moggie, alle sepolture di Gricignano e di San Paolo Belsito, e alle necropoli salernitane di Oliva Torricella, di Picarielli e di Ostaglio, rappresenta una delle poche testimonianze funerarie del Bronzo antico della Campania[16]. Un possibile discorso sul rituale è relativamente difficile per la scarsità della documentazione accessibile (Albore Livadie and Marzocchella, 1999). L'uso di deporre o di rompere vasi sulla sepoltura e di accompagnare il corredo con resti di cibo (pranzo funebre?) è ricorrente[17]. Sembra potersi intuire che dal rannicchiamento marcato delle gambe nel periodo più antico si passi gradualmente alla posizione supina. Si tratta prevalentemente di tombe a fossa; scarsa è la presenza di tumuli riscontrata a Gricignano e a San Paolo Belsito. Le tombe ad enchytrismos sembrano destinate ai bambini di età inferiore ai 5-6 anni, passata quest’epoca, sono inumati nelle stesse necropoli degli adulti. Le tombe possono essere foderate da ciottoli (necropoli del Salernitano in particolare) e presentare diversi orientamenti. L'ipotesi che detto l'orientamento fosse legato al sesso del defunto (Mastroroberto, 1998, 139, n. 9) va ancora verificato.
I confronti con l'ambiente vegetale prima e dopo l'eruzione non sembrano mostrare molte divergenze. La campagna di prelievi pollinici in siti anteriori all'eruzione (Avella, Gricignano, Palma Campania, San Paolo Belsito, Schiava di Tufino e Visciano) indica che gli uomini vivevano in un ambiente molto aperto a prateria e pascoli umidi, con boschetti di Quercus sp. (Querce) e Alnus (Olmo) o Corylus (Nocciolo) (Vivent and Albore Livadie, 2001, figg.5a-5b). Lo sfruttamento intensivo della piana è confermata con le analisi elaborate da Dominique Vivent sullo scavo di Gricignano USNavy (fig 11) con forte dominanza dei pollini non degli alberi (NAP-Non Arboreal Pollen). Come osservano Saccoccio et al. (2013), rifacendosi alle analisi di D. Vivent, "i valori dei pollini degli alberi hanno valori generalmente bassi sotto l'eruzione di Pomici di Avellino, mentre aumentano nella pianura dopo questo evento, possibilmente a causa della rilocazione di insediamento principale in punti più difendibile". ..."dopo l'AP1 aumentano ulteriormente fino a 28%, in accordo con un relativo abbandono della pianura, parallelo all'occupazione prevalentemente collinare".
Prima dell'eruzione, la cerealicoltura è indubbiamente dominata dalla coltivazione dei grani vestiti, farro (Triticum dicoccum) e farro piccolo (Triticum monococcum L.) e dalla coltivazione dell'orzo (Hordeum vulgare L.). Lo scavo di Nola, come ha messo ben in evidenza Matteo Delle Donne, ha restituito uno spaccato unico del contesto agricolo protostorico, riguardo in particolare alla conservazione e alla trebbiatura dei cereali, evidenza che può essere estesa ad altri siti coevi. Ha potuto precisare abitudini di vita quotidiana all’interno delle strutture abitative o nelle aree immediatamente ad esse limitrofe. Secondo queste informazioni, i raccolti venivano stoccati ancora in spighe, private del culmo, in grossi vasi in ceramica, riutilizzati a tale scopo. La successiva fase di trebbiatura è testimoniata dal campione più rappresentativo prelevato dalla cosiddetta aia, che da solo ha restituito più dell’80% dei resti carpologici analizzati. Il rinvenimento di cariossidi associate ad alto numero di resti di spighette di Triticum dicoccum attesta un altro momento della lavorazione dei cereali, che qui venivano trebbiati nelle quantità necessarie a soddisfare le esigenze alimentari quotidiane (Delle Donne, 2011; idem, in cds).
Tuttavia, è unicamente a Nola, Croce del Papa, che il grano vestito è associato ai grani nudi. La presenza del miglio (Panicum sp.) ad Oliva Torricella conferma la coltivazione precoce di questo cereale minore la cui coltura continuerà successivamente come testimoniano gli scavi di Nola-Croce del Papa e poi di Capua-Strepparo e Cento Moggie.
Sembrerebbe che prima e dopo l'eruzione la cerealicoltura venisse affiancata da una sistematica ed efficace coltivazione dei legumi, con una netta prevalenza della fava sui legumi tradizionali. Attestata precocemente a Oliva Torricella (SA), la fava (Vicia faba L.) è presente nei livelli protoappenninici di Ariano Irpino-La Starza ed è associata a piselli (Pisum sp.), lenticchie (Lens sp.) e cicerchie (Lathyrus sp.) a Vivara.
La raccolta dei frutti spontanei appare ben attestato dall’insieme carpologico dei siti campani d’Afragola, di Capua, di Pratola Serra, di Pompei Scavi svedesi, di Nola- Piazza d’Armi, e, più particolarmente, di Nola-Croce del Papa, dove sono presenti, oltre alle mandorle (Amygdalus cf. communis), le prunelle (Prunus cf. spinosa), le ghiande della quercia (Quercus sp.) e le nocciole comuni (Corylus avellana L.), i fichi (Ficus carica L.), le more (Rubus sp.), le olive (Olea sp.) e l'uva (Vitis vinifera). A Nola-Piazza d'Armi vi erano anche noccioli di corniolo maschio (Cornus mas L.). In questo sito è stata riconosciuta la presenza del lino, finora presente solo a Pratola Serra, sebbene l'esiguità dei dati non consenta considerazioni particolari sul suo utilizzo dal punto di vista alimentare o tessile. Anche ad Ariano Irpino-La Starza, dopo l'eruzione, sono stati riconosciuti noccioli di Cornus mas L.
I dati messi a disposizione dallo studio archeobotanico principalmente per Nola-Croce del Papa e Nola-Piazza d’Armi da una parte, e da Ariano Irpino-La Starza (Costantini et al., 2007, Coubray, 1999, Delle Donne, 2017, in cds), confrontati con lo studio compiuto in altri siti della regione come Afragola (Laforgia et al., 2009), Pratola Serra (Ciaraldi, 1999), Pompei, V, 1 e 6 (Nillson and Robinson, 2005; Nillson 2008) per il Bronzo antico pre-eruzione e Vivara (Costantini et al., 2001), Capua-Strepparo e Cento Moggie (Castiglioni and Rottoli, 1996) e Pompei, V, 1 e 6 (Nillson and Robinson, 2005; Nillson, 2008) per il periodo posteriore all'evento, hanno permesso di arricchire il quadro delle nostre conoscenze sulle pratiche agricole e sul trattamento del raccolto. Ma sembra documentare pure che il sistema di produzione non era molto diverso prima e dopo l'eruzione, anche se si è notato che a Pratola Serra dopo l'eruzione i cereali non sono abbondanti come prima e che la frutta selvatica è maggiormente presente (Ciaraldi, 1999). Il ripopolamento avrebbe reinserito la cerealicoltura e sfruttato alla meglio le produzioni naturali del territorio. Per la Starza (1999, 315), se poco si può dire sul ripristino dell'ambiente (Coubray, 1999), il collega Albarella nota che l'allevamento (1999, 328) si basa sugli stessi animali, anche se la caccia potrebbe avere conosciuto qualche incremento in rapporto al periodo precedente.
La ceramica dei livelli successivi all'eruzione si presenta tipologicamente affine a quella del periodo precedente. Ritroviamo le tazze-attingitoio con anse a nastro caratteristiche della facies di Palma Campania, le ampie scodelle a volta con sopraelevazione sull'orlo, mentre vengono quasi abbandonate le decorazioni con incisioni e trafori. Sembrerebbe attestarsi la presenza di forme meno articolate e complesse dal profilo piuttosto lineare e dalla forma complessivamente più rigida (Soriano and Livadie, 2015, cds).
Anche nelle necropoli non sembrano registrarsi grandi cambiamenti nel rituale funerario, se non una progressiva scelta dell'inumazione supina al posto di quella rannicchiata con braccia piegate, gambe semiflesse e corpo supino e un cambiamento nella composizione dei corredi, nei quali sono maggiormente presenti oggetti e armi in bronzo. La necropoli di Sant'Abbondio, non pubblicata a più di vent'anni della scoperta, potrebbe dare indicazioni preziose anche dal punto di vista dei mutamenti sociali. Le tombe 8 e 22 si differenziano nettamente dalle altre sepolture per la ricchezza del corredo (armi di bronzo e vasi). Da una riflessione (Albore Livadie and Marzocchella 1999), è emerso come, sulla base dell’osservazione di tombe a Gricignano, dopo l’eruzione di Avellino, comincino a manifestarsi più chiaramente i segni di un passaggio ereditario del potere (sepoltura di un ragazzo in una tomba a fossa di grandi dimensioni con il corredo formato da un pugnale).
La continuità di vita nel sito di Sant'Abbondio, non lontano dall'antica foce del Sarno, è un chiaro indizio dell'apertura agli scambi marittimi, riscontrabile anche a Piazzale Tecchio (Napoli) e che potrebbe spiegare la fondazione del primo insediamento sull'isolotto di Vivara.
Osservazioni finali
Già all'occasione del convegno in onore di L. Bernabò Brea (Albore Livadie and Marzocchella, 2003) si era evidenziato la scarsità degli insediamenti (non più di una trentina)[18] relativi al periodo post-eruttivo (cosiddetto periodo B) in rapporto al periodo A (pre-eruzione)[19] e C (pieno appenninico); si considerava che questa discontinuità rappresentava indubbiamente una reale flessione demografica determinata dagli effetti dell’evento vulcanico sul popolamento antropico e sull’ambiente in generale.
Nonostante la limitata testimonianza che possediamo a riguardo degli abitati post-eruzione (all'elenco del 2003, si sono aggiunti solo i siti di Piazzale Tecchio-Napoli e quelli di Pompei-città romana) appare che non di rado fossero ubicati in prossimità del precedente insediamento (Nola, San Paolo Belsito, Pompei[20], ecc). In questa ultima località, esistono indicazioni che diversi strati relativi alla facies di Palma Campania (forse tre strati distinti sotto le ceneri vulcaniche)[21]. Altri tre strati sono stati esplorati al di sopra le ceneri. Questi stanno a significare la duratura frequentazione del sito. A Oplontis (Torre Annunziata) la registrazione della stratigrafia nel giardino della villa A, cosiddetta Villa di Poppea[22], documenta sulla sommità di un paleosuolo pedomarker arature piuttosto profonde (10 cm circa) con solchi e porche simili a quelli indagati a Boscoreale e Boscotrecase (Fig.10) riferibili, su base tefro-stratigrafica, ad un momento non meglio definibile compreso tra la fine del Neolitico e l'antica età del Bronzo (5b). Un ulteriore livello piroclastico (6)[23], conservato integro solo all'interno dei solchi, seppellisce tali campi arati sotto uno strato dello spessore di poco superiore ai 10 cm. La ripresa delle pratiche agricole risulta immediata, portando all'individuazione di un ulteriore orizzonte “produttivo” che rimaneggiando essenzialmente sabbie e ghaie piroclastiche, in matrice cineritica debolmente umificate, non deve aver garantito la stessa fertilità del precedente livello umifero. Il rinvenimento di pochi elementi pomicei riconducibili all'eruzione delle c.d. “Pomici di Avellino”, rimaneggiate e imballate all'interno di tale orizzonte (7), permette di riferire la relativa paleosuperficie arata alla fine dell'antica età del Bronzo ed alla faciès di Palma Campania. Due ulteriori livelli piroclastici (8 e 10) sono seguiti ancora una volta dall'immediata ripresa delle pratiche agricole protostoriche.
Pure a San Marzano sul Sarno e nella zona di Castel San Giorgio, tracce di continuità di vita sono ampliamente documentate dalle arature sotto le eruzioni subpliniane AP1 e AP2, eruzioni il cui impatto anche se sicuramente più limitato dell'eruzione pliniana delle Pomici di Avellino, è stato comunque rilevante.
Conclusioni
L'eruzione delle Pomici di Avellino ha certo avuto conseguenze drammatiche per la popolazione della Campania, principalmente in alcuni settori. Però ormai sono state acquisite evidenze che molti dei siti rivivano dopo la catastrofe. Questi, che non sembrano attestare una grande trasformazione nel modo di vita e nella produzione agro-pastorale in rapporto al periodo pre-eruzione, sono poco numerosi e forse occupano un'areale minore. In questo cosiddetto periodo B sono le stesse popolazioni della facies di Palma Campania che ritornano sul territorio di appartenenza o gruppi provenienti da aree appena contigue risparmiate dall’evento esplosivo. A breve distanza si verificano due ulteriori eventi esplosivi: le eruzioni AP1 e AP2 (Santacroce et al., 2008). Sembrerebbe che sia proprio nel periodo in cui avviene la seconda protostorica (AP2 3380 ±23 BP[24]), ovvero durante il BM1/2, che si verifica il periodo meno documentato in Campania[25]. Gli effetti indiretti di una eruzione pliniana, poi di una prima ed addirittura di una seconda subpliniana, si sono forse ripercossi a distanza di anni dalla catastrofe[26].
Come suggerisce la collega (Nilsson, 2009) la diminuzione della densità umana dopo l'eruzione di Avellino e di conseguenza degli abitati potrebbe essere dovuto alla difficoltà di recuperare integralmente l'ambiente in vista dello sfruttamento agro-pastorale, ma aggiungerei anche le vie di comunicazione, il regime idrografico (corsi d'acqua, sorgenti e pozzi), le infrastrutture agrarie, i riferimenti visivi e cultuali.
Forse bisognerebbe spostare di alcune generazioni il picco di crisi ambientale solitamente collocato al passaggio tra il Bronzo antico finale e il Bronzo medio 1/2, valutando meglio il peso delle due successive protostoriche sull'ambiente.
Qualche altra riflessione potrebbe essere avanzata sulle scelte insediamentali nel Bronzo medio, legate forse ad una situazione di maggiore insicurezza[27] (arroccamento, insediamenti difesi con muraglioni), ma lo spazio a disposizione e la necessità di una migliore definizione dei dati disponibili consigliano di non procedere ulteriormente nell’analisi.
Fig.1. Nola. Villaggio di Croce del Papa. Capanna 3 con suo riempimento.
Fig.2. San Paolo Belsito. Sopra il fall dell'eruzione di Avellino, costruzione di una capanna.
Fig.3.Oplontis. Stratigrafia del giardino della Villa A. Da Geomed.s.a.s.
Fig.4a. Nola. Villaggio di Croce del Papa. Impronta di farro.
Fig. 4b. Nola. Villaggio di Croce del Papa. Impronta di orzo.
Fig. 4c. Nola. Villaggio di Croce del Papa. Impronte di felci.
Fig.5. Nola. Villaggio di Croce del Papa. Capanna 4 in corso di scavo.
Fig.6a. Nola. Villaggio di Croce del Papa. Capanna 3.
Fig. 6b. Nola. Villaggio di Croce del Papa. Silos della Capanna 3.
Fig.7. Nola. Villaggio di Piazza d'Armi.
Fig.8. Nola. Via Cimitile. Abside e parte del recinto della capanna.
Fig.9. San Paolo Belsito. Diagramma pollinico. Da Vivent and Albore Livadie 2001.
[1] La datazione dell'eruzione delle Pomici di Avellino è stata oramai condotta con l’ausilio di diverse metodologie su campioni provenienti da vari siti, oltre che in base alla tipologia ceramica dei siti di Nola e di San Paolo Belsito. L’applicazione del metodo bayesiano da parte di Jan Sevink sui risultati ottenuti dai siti di Migliaro e di Campo Inferiore ha fornito dati caratterizzati da un netto scostamento da quelli forniti dai siti di Nola-Croce del Papa, S. Paolo Belsito e Palma Campania. Le analisi condotte presso il laboratorio CIRCE di Caserta dall'équipe di Filippo Terrasi sui resti di ovini da Nola-Croce del Papa, risultano invece coerenti (cfr. Passariello et al., 2009: 3550±20 BP 1951-1778 cal BC). La recente revisione di Passariello et al., in cds (media pesata includente anche i resti del cane ritrovato nello scavo di Nola Croce del Papa) conforta la precedente datazione. La datazione ottenuta da J. Sevink appare quindi decisamente ottimistica. E’ interessante notare, a tal proposito, che la datazione C14 più prossima a quella fornita dai reperti faunistici da Nola è quella ottenuta sui resti vegetali di Campo Inferiore, ovvero 3585± 20 BP 2016-1886 calBC; per gli altri campioni andrebbe opportunamente valutato il cd effetto "vecchio legno" (Campo Inferiore wood 5 ring 2-5 e wood 5, core).
[2] Considerando datazioni al radiocarbonio (Albore Livadie, Campajola, d'Onofrio ed al. 1998).
[3] Ignoriamo l'ubicazione precisa del villaggio del Bronzo antico di San Paolo Belsito; sulla collina della Vigna sono stati scoperti gli unici individui morti durante le prime ore dell'eruzione (Albore Livadie, 1997). Però alcuni frammenti di facies Palma Campania provengono da ricognizioni sia da questa collina sia dalla vicina collinetta di Montesano.
[4] I siti pugliesi di Giardinetto e di Posta Rivolta però non forniscono dati relativi all'impatto dell'eruzione, verosimilmente in ragione delle modifiche imposte al territorio dalle pratiche agricole moderne oltre che dall’erosione e sovralluvionamento dei contigui corsi d'acqua - Cervaro e Lavella.
[5] A Pompei i prodotti dell’eruzione delle Pomici di Avellino appaiono ridotti ad una spruzzata di ceneri mentre ben più consistenti appaiono quelli relativi ai successivi eventi esplosivi protostorici. Appare verosimile che i siti esplorati dai colleghi svedesi (Insula V,1 e V,6 ), e la stessa necropoli di Sant'Abbondio, dovrebbero essere interessati da qualche eruzione protostorica la cui presenza è anche ben documentata in località della costa e a Cività Giuliana da carotaggi profondi.
[6] Informazione di G. Di Maio (Geomed s.a.s Scafati/Sa) che ringrazio. Le attuali eruzioni pliniane non determinano grandi effetti sul popolamento – per il Pinatubo ad esempio, abbandonate le aree direttamente investite da grossi spessori di tephra, le stesse aree vengono ricolonizzate dopo pochi anni da gruppi provenienti da aree contigue risparmiate. Ove la copertura è sottile, come a Salerno nel caso del 79 d.C., spessori di pochi centimetri di ceneri vengono rapidamente rimaneggiati e rifertilizzati.
[7] Si tratta perlopiù di impronte di spighe di cereali impresse nell’ammasso di ceneri da corrente piroclastica legate alla fase freatomagmatica che caratterizza le ultime ore dell'evento.
[8] Evidenze simili sono note per il sito di loc. Pirucchi a Palma Campania
[9] Relazione inedita (Archivio Soprintendenza archeologica Caserta-Salerno).
[10]Tesi di laurea specialistica di Angela Ascierto, I livelli della “ripresa” dopo l'eruzione delle Pomici di Avellino a “La Starza” (Ariano Irpino – AV): indagine archeofaunistica. Relatrice Claude Albore Livadie, correlatrice Natascia Pizzano, Università di Napoli "Suor Orsola Benincasa, Anno Accademico 2004-2005.
[11] Utilizzato per costruire diversi manufatti e come combustibile.
[12] in varie pubblicazioni l'area è stata diversamente indicata di volta in volta, come “Masseria Rossa”, “Caserma dei VV.FF” e di “ITG (Istituto Tecnico per Geometri)”.
[13] Tutte le datazioni C14 sono espresse in BP (Before Present ) a 1 σ o 68% d’incertezza una volta calibrate (Intcal13) in un intervallo di età dato a 2 σ o 95,4% d’incertezza.
[14] Informazione personale del collega che ringrazio.
[15] Mastroroberto 1998, 146, n. 18, fig. 6.6.
[16] Non considero in questo lavoro le analisi paleonutrizionali mediante spettrometria di massa isotopica effettuate sui resti ossei umani delle necropoli di S. Paolo Belsito (Mallegni et al., 2017, in cds; Ricci et al., 2017, in cds). Per quel che riguarda la necropoli di Pompei-Sant' Abbondio, va citato l’eccellente lavoro di Mary Anne Tafuri, che grazie alle analisi degli elementi in tracce (osso e smaldo dei denti) mette in evidenza due gruppi di popolazione sulla base delle abitudini alimentari (Tafuri, 2005). Nel lavoro (Tafuri et al., 2003, 49) sottolinea come "l'incidenza di scarso numero di patologie postcraniali e distale indica una comunità caratterizzata dalla bassa prevalenza di stress metabolico e dall'alto consumo di carboidrati, una struttura che si muove nella tradizionale ricostruzione della vita delle condizioni sanitarie delle società pastorali".
[17] Gli scavi nella grotta del Pino (Caggiano) però confermano l'associazione di resti animali (in questo caso interi o in grosse porzioni), da interpretare come offerte. Il consumo di altre porzioni di carne attestate all’interno della cavità conferma la consuetudine delle cerimonie funerarie celebrate dal gruppo sociale.
[18] Va considerato che abbiamo più siti sotto l’eruzione perche la stessa li conserva per i posteri. Senza eruzione è molto rara la conservazione di siti preistorici.
[19] Una valutazione dei siti individuati, anche tramite ricognizioni, nel Nolano, ha permesso di riconoscere (Albore Livadie 1999) una maglia di distribuzione degli abitati collocati a circa 6-8 km gli uni dagli altri, in pianura. Però, Frattaminore e Sarno sembrano indicare che i villaggi fossero abbandonati al momento dell'eruzione; Nola-Croce del Papa 1 è stato ricostruito nella stessa area del villaggio 2 ipoteticamente dopo più o meno una generazione. I nuovi insediamenti sembrano ubicati non lontano comunque del vecchio abitato, all'interno del territorio pertinente alla comunità, in base all'ipotesi che lo spostamento dei villaggi fosse reso motivato da un sistema di gestione dei suoli di tipo agricoltura non itinerante ma rotativa, per fare riposare i campi e dunque rinnovare la feracità i suoli.
[20] L’insula 5, regio I, che comprende gli isolati di Caecilius Jucundo, fu indagata dal’Istituto Svedese di Roma congiuntamente all’Università di Stoccolma nel 2001. In questa zona due aree - Vicolo delle Nozze d’Argento; Giardino della Casa degli Epigrammi Greci (5, I, 18) - con reperti preistorici sono stati identificati: pozzo della zona cucina (stanza f) e in una trincea aperta nel vicolo delle Nozze d’Argento. L'analisi effettuata su campioni di tephra da Robinson ricondurrebbe ad eventi esplosivi di origine flegrea e non vesuviana (Robinson 2008, 132).
[21] Boman and Nilsson 2006 – 2007; Nilsson, 2008; Nilsson and Robinson, 2005.
[22] Di Maio, Villa A, La sequenza stratigrafica del giardino settentrionale , in John R. Clarke and Nayla K. Muntasser, 2014, 703-706 .
[23] "Sottile livello di piccoli lapilli di pomici e scorie con ceneri grossolane conservate all'interno delle porche dello strato sottostante va attribuito ad un'eruzione protostorica non meglio inquadrabile" (Di Maio, 2014, fig.4).
[24] DSH154 1741-1623 BC. cal., cfr. : Albore Livadie, 2007a, Passariello et al., 2009,
[25] In questo momento di diffusione della facies protoappenninica è possibile pensare a nuovi gruppi di popolazione che occuperebbero gli spazi lasciati liberi dalla cultura di Palma Campania?
[26] Senza omettere di considerare gli effetti di alterazione sul clima, ben evidenziato dagli studi degli ultimi anni (Zanchetta et al., 2012). Durante le eruzioni infatti, vengono emesse enormi quantità di biossido di zolfo, che viene ossidato ad acido solforico nella troposfera e stratosfera. Si pensa che le microgocce che si formano interagiscono con i raggi solari e determinano un abbassamento della temperatura.
[27] Per la tipologia delle indagini condotte nella regione (sondaggi, trincee e rari scavi in estensione) è difficile valutare l'esistenza di siti strategici relativi a questo periodo. Isolato resta, nell'ambito dei siti fortificati di La Starza di Ariano Irpino e di Bucino-Tufariello. Nell'articolo (Albore Livadie and Marzocchella 2003, p. 130, n. 29) si era già espressa perplessità sull’interpretazione corrente del muraglione di cinta di Tufariello considerato opera di difesa. Lo stesso Holloway proponeva l’ipotesi alternativa che il muraglione abbia potuto funzionare come opera di contenimento per le sovrastanti strutture (Holloway et al., 1975, p. 33).
