Facies Palma Campania
La catastrofica eruzione delle Pomici di Avellino si abbatté sul territorio verso 3550±20 BP, allorché la Piana Campana era densamente popolata da genti dell'Età del Bronzo antico. La loro cultura è stata chiamata la cultura di “Palma Campania” a causa del ritrovamento casuale nel 1972 di un settore di capanna durante lavori della costruenda autostrada A30 all’altezza di Palma Campania (loc. Tirone).
Ulteriori scavi hanno permesso di definire nei vari particolari questa società evoluta legata ad una matura vita di villaggio. Numerosi insediamenti sono stati individuati in Campania sia in are pianeggianti che su basse colline. Una qualche forma di artigianato era sviluppato, forse già la lavorazione della ceramica e del metallo. L’attività del contadino era parallela a quella dell’allevatore di bestiame con una probabile pratica della transumanza a medio raggio. L'uso di carretti a ruote è anche attestato come la consuetudine della concimazione dei campi. Conosciamo anche grazie all’indagine paleobotanica quali erano le cereali coltivate (grano, orzo, miglio, avena) e la frutta consumata (nocciole, uva, prugnolo, ghiande di quercia, oliva, mandorla).
I resti faunistici e quelli di pasto sono riferibili principalmente ad ovicaprini (Ovis aries L. e Capra hircus L.), a suini (Sus scrofa L.) e, in percentuale minore, a bovini (Bos taurus L.). Scarsi sono i resti ossei relativi al cane (Canis familiaris L.) e quelli riferibili agli uccelli; era cacciato il cervo (Cervus elaphus L.) e verosimilmente anche il cinghiale (Sus scrofa ferus).
Si praticava l’essiccazione e/o l’affumicamento finalizzate alla conservazione delle carni.
Tipologia delle capanne
Grazie alla peculiarità dell’evento eruttivo che ha permesso nel sito di Nola –Croce del Papa (2001) la conservazione in negativo delle strutture (calco cineritico), si è potuto capire i loro dati strutturali e tecnici. Avevano una pianta a forma di ferro di cavallo divisa in due navate da una serie di pali sormontati e collegati tra loro da una trave di colmo per sorreggere il tetto. Il tetto-parete che presentava una forte pendenza per lo scorrimento delle acque pluviali era costituito da paletti disposti verticalmente e da correntini di legno posti orizzontalmente. Il tutto era ricoperto da fasciami di canne palustri che giungevano fino a terra. I paletti e i correntini erano legati da corde, le cui tracce sono rimaste impresse nella cenere.
L’ingresso, protetto da una tettoia aggettante, era situato nella parte rettilinea dove si apriva una porticina. Lungo il perimetro interno delle capanne vi erano dei bassi pali verticali regolarmente distribuiti e chiusi da pareti di tompagno, fatte da graticci di verghe. Creavano con la parete obliqua un'intercapedine utilizzata per la collocazione di alcuni manufatti.
All'esterno, un cordolo di terra battuta, spesso 10-12 cm, era alla base del tetto-parete con la funzione di evitare l'ingresso dell'umidità negli ambienti. Le capanne erano divise da tramezzi di legno in due o tre ambienti comunicanti tra loro. La zona absidale era utilizzata come dispensa in cui erano disposti i grandi vasi per le derrate, mentre gli ambienti centrali, con il pavimento in terra battuta in cui erano inseriti il focolare, il forno e delle fosse (per la raccolta dei rifiuti),erano usati come luoghi di soggiorno.
Le capanne, pur presentando la stessa pianta, lo stesso orientamento e la stessa tecnica costruttiva, erano di diverse dimensioni. Si ignora se la dimensione avesse qualche rapporto con lo status sociale del gruppo o più verosimilmente con il numero degli abitanti.
La capanna 4 è stata ricostruita sulla collina della Vigna, nell'area del parco archeologico e vulcanologico a S. Paolo Belsito, nel quadro di un'azione di promozione della Regione Campania (P.O.R. Campania 2000-2006 Asse II Beni Culturali-Misura 2.1, P.I.T. “Valle dell’Antico Clanis Antica Terra dei Miti e degli Dei” cofinanziato dall’Unione Europea).
